Sfumature di braccio di ferro

Mario Monti vede nella crisi dell’euro “la spinta verso l’unione politica europea”. L’ex presidente del Consiglio da poco tornato alla presidenza della Bocconi (ma sempre attento alla politica e alla sua Lista civica cui ieri ha dedicato una conferenza stampa) dice che nonostante problemi ed errori “di un euro adolescente”, un’unione monetaria “imperfetta è stata meglio di niente. Se avessimo aspettato la perfezione non avremmo fatto nulla e le conseguenze sarebbero nefaste”. Sulla teoria della crisi di crescita Paul Krugman non può essere d’accordo: “Tifo per l’euro, ma questa crisi ha minato la solidarietà tra i suoi membri".
13 AGO 20
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Mario Monti vede nella crisi dell’euro “la spinta verso l’unione politica europea”. L’ex presidente del Consiglio da poco tornato alla presidenza della Bocconi (ma sempre attento alla politica e alla sua Lista civica cui ieri ha dedicato una conferenza stampa) dice che nonostante problemi ed errori “di un euro adolescente”, un’unione monetaria “imperfetta è stata meglio di niente. Se avessimo aspettato la perfezione non avremmo fatto nulla e le conseguenze sarebbero nefaste”. Sulla teoria della crisi di crescita Paul Krugman non può essere d’accordo: “Tifo per l’euro, ma questa crisi ha minato la solidarietà tra i suoi membri. E non parlo di piccoli guai ma di una disoccupazione tra i giovani al 30, 40, 50 per cento. Una situazione molto, molto pericolosa”. Magari è stato lo spirito libertino che ogni tanto riaffiora in Le Monde a spingere il quotidiano della gauche istituzionale francese a un confronto tra l’ex premier accusato di sudditanza filo-Merkel, e l’economista premio Nobel che della cancelliera è il più aspro e irriverente critico. Irriverenza che ha avuto strascichi recenti quando Krugman ha accusato i Bocconi boys di essere parte in causa delle scelte pro rigore dell’Ue. Accusa respinta sul Foglio da Alberto Alesina, uno dei bersagli, che ha a sua volta definito Krugman “un boy di Obama, un radicale estremista”. Ma il confronto Monti-Krugman offre rispetto reciproco (“i due si stimano” garantisce Le Monde), e il destro a Silvio Berlusconi per reindirizzare la levata di ieri sull’euro entro un binario più normale, certo attuale, quello di una crescente voglia di resa dei conti politica e teorica con la Germania merkeliana.
Monti nel suo colloquio con Krugman ricorda infatti i momenti di attrito con la cancelliera, “soprattutto quando la sera del 28 giugno misi il veto sul patto per la crescita, che noi stessi avevamo sollecitato, e l’ho mantenuto fino alle quattro del mattino”. Si trattava sul via libera allo scudo antispread, cioè del programma Omt (Outright monetary transaction) “kafkianamente oggetto di un ricorso davanti alla Corte costituzionale di Karlsruhe”, ha aggiunto ieri pomeriggio un Monti più urticante del solito con l’establishment tedesco. “Un passaggio complicato che però ha dato all’Europa una governance più efficace”, aveva rivendicato nell’intervista doppia. Difficile convincere Krugman, il quale, nonostante la ripresa americana incentivata dalla Federal Reserve, giudica gli Stati Uniti “in preda a una smania di europeizzazione” per via di quello che chiama “il sequestro”, cioè il meccanismo deciso dal Congresso di tagli automatici alla spesa pubblica: “Sfortunatamente gli Stati Uniti hanno la loro versione dell’austerità. Con una politica di bilancio neutra, né espansiva né restrittiva, avremmo una crescita ben più elevata”. Un mainstream nel quale si è inserito ieri il Cav., sotto tiro per le parole anti euro. Berlusconi, che giorni fa sul Foglio ha proposto al governo Letta di intavolare un “braccio di ferro” con Berlino sulla Bce e su una governance economica più espansiva dell’euro, ha colto al volo l’intervista double face: “Vorrei che chi mi critica leggesse quanto scrive su Le Monde l’economista liberal e premio Nobel Paul Krugman: ‘Finché i dirigenti politici non avranno da offrire ai cittadini altro che sacrifici e disoccupazione, i discorsi saranno vana emissione di fiato. Quando sento Wolfgang Schäuble, ministro delle Finanze tedesco, allarmarsi per i pericoli di una politica monetaria troppo espansionista della Banca centrale europea, mi dico ‘Oh, mio Dio!’, perché la Bce è la sola istituzione che resta all’Europa per nutrire e sostenere la crescita. E’ questo spirito che può distruggere l’Europa’. Quanto ho detto ieri – ha aggiunto Berlusconi – coincide in tutto e per tutto con quel che Krugman e altri grandi economisti vanno sostenendo da tempo, in difesa e non contro l’Europa”. Va anche “inteso come incitamento e incoraggiamento al governo che sosteniamo con assoluta lealtà”.
Per contrappasso a punzecchiare Enrico Letta è stato proprio Monti che, occupandosi stavolta di politica a Roma, ha invitato il successore a “dire dei no” e a non “disfare, specie sul welfare”, facendo riferimento alle leggi Fornero su pensioni e lavoro. Interrogato sulla proposta berlusconiana di un confronto serrato con l’Ue, Monti ha detto che “oggi non c’è necessità di un ‘braccio di ferro’, come invece ci fu un anno fa”. Poi, brandita anche lui l’intervista doppia con Krugman, ha sottolineato il punto del colloquio nel quale ricordava il suo contrasto con la Merkel, e ha spiegato: “Non occorre battere i pugni sul tavolo, ma usare il diritto di veto quando serve sì. Inviterei quindi Letta a condurre una riflessione nel proprio intimo sul ‘se’ e ‘quando’ fosse necessario usare un diritto di veto. Possibilmente usandolo senza preannunciarlo”. Per Monti Letta jr. ha da imparare. Da lui.